“M’ammentu” Ricordi e quotidianità dello stazzo

La regione nord orientale della Sardegna è una regione storica e geografica denominata Gallura.stazzi_cussogghji
La gallura è una terra aspra, dove il vento ostinato modella le piante e graniti ed in cui la macchia mediterranea convive armoniosamente con lunghe case basse simili fra loro.
Questi sono gli stazzi; il termine stazzo inizialmente indicava la casa di campagna, successivamente lo spazio di vita e di lavoro in cui si coltivava e si allevava il necessario per la propria sopravvivenza.
Questo percorso ci porta nel comune di Palau a conoscere gli abitanti della fertile valle del fiume liscia:i Liscesi, gli eredi dei pastori di Tempio che praticavano la transumanza invernale dalle zone montagnose a quelle più calde dei litorali marini.
In questo piccolo documentario si fa visita allo Stazzo Laisgiola dei “Frati Cucchi”.

La prima del documentario “M’ammentu, Ricordi e quotidianità dello stazzo”, è avvenuta nella sala consiliare del Comune di Palau durante la manifestazione “Stazzi e Cussogghji”.

 

 

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L’eclissi

L’eclissi era attesissima, soprattutto da noi bambini. Nei giorni precedenti mamma acquistó dei pezzi di vetro nero perchè tutti potessimo vedere la luna che copriva il sole. 

Era agosto e il sole era quello dei 2000 metri di altezza. Ognuno si appartó nel proprio posto preferito per ammirare il fenomeno atmosferico con la giusta intimità, nell’enorme giardino di montagna.

Ad un tratto i cani scapparono. Le galline entratono nel pollaio. I gatti scomparvero magicamente tra la legna accatastata della legnaia. Il solito cinguettio degli uccelli cessó di esistere, lasciando posto ad un assordante silenzio che si univa a quello delle strade deserte. Erano tutti presagi sinistri eppure aspettammo l’eclissi. Finalmente il sole veniva coperto dalla luna, anticipato solo da una scarica di vento che ci fece vedere il contropelo del prato. 

Una luce mai vista, in sepia, a compimento di questo moto mi mise una grande inquietudine e duró a lungo.

Allora decisi di giocare cercando di dimenticare ció che stava succedendo, volevo riprendere di corsa la mia quotidianità, ma era tutto così triste e malinconico che decisi di chiudermi a casa ed aspettare che ritornasse la luce, i colori e i suoni della vita, perchè avevo paura che non sarebbero tornati mai più così.

Tempo di burrasca

Il fondo del mare viene a galla cambiandogli il colore, i traghetti percorrono sbandati la propria tratta con molta più attenzione.

Le cose prendono vita, aspettano questo vento per correre in strada, mentre le persone rimangono a casa, dietro alle persiane chiuse che si mettono in forza ad ogni raffica.
Qualcuno si incontra al porto per rinforzare l’ormeggio della propria barca, altri vicino ai muri per ridurre, come un origami, qualsiasi cosa sventoli fuori dalla propria porta.

La pioggia portata dal vento pare un banco di piccoli pesci incolore. La salsedine si aggrappa sui vetri aspettando che il sole ne esalti l’odore.

Guarda il video della tempesta.

É morto Lucio Dalla

Uscivamo con passo veloce dall’ex Caserma Sani, ora adibita ad Università. Dovevamo avanzare svelte per arrivare alla fermata del bus che ci portasse al Dipartimento per procedere con le altre lezioni del corso della specialistica. Attraversavamo odori forti e contrastanti di cibi etnici e spezie sconosciute, che si legavano al pattume e all’urina per strada, i quali abortivano conati che in seguito la consuetudine imparò a gestire con tolleranza.

Percorrere Via Principe Amedeo equivaleva a fare un giro tra la Cina, il Pakistan, il Bangladesh e il Maghreb, ma eravamo solo a ridosso della Stazione Termini e il parlottio dei nuovi e vecchi immigrati si fondeva alle lingue dei turisti con i trolley. Era difficile imbattersi in una piccola conversazione in italiano, lungo quel marciapiede, e forse non l’avremmo mai udita: le giornate si allungavano, eravamo spensierate, commentavamo la lezione e programmavamo di sicuro qualcosa da fare.

Per questo non credemmo subito alle parole con le quali ci scontrammo in un secondo, appartenenti ad un discorso non nostro, eppure fecero frenare quell’incedere avviato.

“É morto Lucio Dalla” pareva aver detto lo sconosciuto. Ma non poteva essere vero, volevamo credere che la musicalità di un’altra lingua fosse simile a quella frase in italiano.

Non esser così seria, rimani
i russi, i russi gli americani
no lacrime non fermarti fino a domani
sarà stato forse un tuono

Futura – Lucio Dalla

Il mio “mi ricordo”. Un anno dopo il Ciclone Cleopatra #02

Mi ricordo che si diceva che l’acqua fosse una benedizione e la siccità normalità, ora l’acqua una minaccia e la secchezza tranquillità.

Mi ricordo le ore passate a selezionare, lavare, piegare, giubbotti, copertw, maglioni, magliette.

Mi ricordo la commozione nel vedere che i primi ad arrivare al Centro di raccolta fossero tanti bellissimi adolescenti.

Mi ricordo la cura con cui le donne rinfrescavano le lenzuola per poi improvvisare un intero corredo.

Mi ricordo che alla sera aspettavamo i resoconti degli stivali pieni di fango affinchè ci raccontassero con gli occhi ciò che non ci avevano detto a parole.

Mi ricordo la catalogazione delle scarpe ed il nodo in gola arrivare quando si sistemavano le paia con i numeri più piccoli.

Mi ricordo i bambini chiudere gli scatoloni come i grandi.

Mi ricordo l’odore del caffè e del tè accompagnare tutta la giornata.

Mi ricordo il giubbotto, rammendato sul collo liso dalla barba, di un ragazzo che non c’è più, portato dalla madre nella speranza che avrebbe potuto scaldare qualcuno.

Mi ricordo la focaccia genevose farcita di solidarietà e coraggio.

Mi ricordo la stanchezza disegnare i volti di chi portava i furgoni e l’attesa per il loro ritorno.

Mi ricordo l’ondata di calore incessante che i donatori portavano al Centro, quasi a voler far inscatolare anche il loro affetto e farlo giungere tra le pareti fredde e senza luce di chi aveva perso tutto.

Non potrò mai dimenticare “Palau Solidale”, il comitato spontaneo di cittadini palaesi, nato sui social network, che ha allestito un centro di raccolta di generi di prima necessità nell’aula conferenza sul retro di Palazzo Fresi, in favore delle persone colpite dall’alluvione in Sardegna.

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Non potrò mai dimenticare la grande partecipazione da parte della popolazione, dei circa 40 volontari che hanno lavorato ininterrottamente e gli oltre 20 furgoni carichi di aiuti e strabordanti di generosità in coordinazione con la Croce Rossa.

Non potrò mai dimenticare i tanti altri che si sono avvicinati a dare loro un sostegno fisico, morale e culinario, diventando così un luogo di incontro, solidarietà, unione e condivisione, non solo fra la cittadinanza stessa ma anche con i paesi di San Pasquale, Bassacutena, Santa Teresa, Cannigione, Arzachena e Sassari.

Non potrò mai dimenticare l’emozionante sorpresa che la tragedia ha delicatamente svelato: tra le tante persone e cose perse, si è ritrovato un grande senso di umanità e comunità.

Non dimenticherò mai Palau Solidale, la parte umana della catastrofe,la risposta al dolore del Ciclone Cleopatra.

Clicca qui per vedere l’intero album “Segnali di Vita”, piccolo reportage sul Centro di raccolta “Palau Solidale”

Olbia  (c) Alessandra Cuccu

Olbia
(c) Alessandra Cuccu

Liber(me)tà

Una settimana fa ho smesso di andare da sola al mare perchè fonti non ufficiali rivelavano che, nelle vicinanze dei luoghi dove sono solita andare, è stata stuprata una donna. Da oggi smetterò di andare a correre in solitaria perchè ieri, per passaparola, ho saputo che un’altra donna è stata aggredita, e forse stuprata, mentre faceva jogging lungo il mio stesso percorso.

Alla luce di queste voci, che mi hanno scosso, è stata dura prendere sonno. Dal letto, nel buio, ho fissato lungamente il soffitto fin quando si è autocomposta una parola tra il bastone della tenda e l’attacco del lampadario: liber(me)tà, che significa “libertà per metà“. La liber(me)tà è uno status mentale in cui il proprio campo, movimento, spazio ed agio si restringono e si barattano con la propria salvezza, autopunendo e stroncando sul nascere le proprie possibilità.

Una libertà che è sicuramente stata violata, in maniera completa, è quella di essere informata. Nè i giornali cartacei, nè quelli online, nè le reti televisive locali hanno riportato la notizia. Mi si dirà che se non è stato detto dai media significa che i fatti non sussistono. Almeno uno dei fatti citati, però, è realmente accaduto e i giornalisti hanno delle responsabilità verso la popolazione, verso me che vado a correre da sola e che da sola me ne vado in spiaggia. Spesso all’apertura dei giornali locali rileggo ripetutamente gli stessi articoli, i quali, incredibilmente, trovano sempre spazio. Non mi si venga a dire che scrivere di stupri eviti inutili allarmismi, che di ebola moriremo tutti! Non mi si venga a dire che un giornale è talmente in crisi da non poter fare una telefonata in caserma o in pronto soccorso. No, non mi interessano le identità delle vittime – che vanno tutelate – i particolari minuziosi ed aberranti affinchè i conduttori  ci possano costruire plastici, talk show “Reality Crime” e possano infine programmare più di tre puntate prima della nomination del colpevole.

Desidero essere informata su due presunti stupri, su dei presunti stupratori ancora in libertà e voglio saperlo dai giornali che hanno il dovere di informarmi sulla realtà in cui vivo, per capire se devo scendere a compromessi con la mia libertà d’azione.

Dal letto, nel buio, ho fissato lungamente il soffitto fin quando si è autocomposta una domanda tra il bastone della tenda e l’attacco del lampadario: quando potrò tornare a correre?


Sulla liber(me)tà e sulle violenze, consiglio vivamente di leggere “Senza biglietto” di Simona Sotgiu.


Cose belle, Acque Libere

“Dove vogliamo andare?” – domando sempre in questa mia intimità pubblica.

Finalmente con certezza rispondo:”Dove le acque sono libere.”

Nel Codice del segnalamento marittimo acque libere indica un punto a partire dal quale si può navigare senza pericoli e in completa sicurezza.

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Uno scorcio della sede di Acque Libere

Mai un Codice si è scrollato di dosso freddezza ed austerità, risultando essere tanto profondo e romantico. Dopo la giornata trascorsa sabato – durante il primo raduno velico classe 2.4 mR organizzato dall’Associazione Acque libere, che si è tenuto nelle acque dell’Arcipelago de La Maddalena – si potrebbero inserire ulteriori voci sotto la dicitura “Acque libere” presente nel Codice, ma l’essenzialità è una dote, soprattutto per chi va per mare.

Ed io che pensavo fosse solo l’universo liquido del mare a possedere la virtù di valicare le barriere riuscendo ad unire e rendere uguali terre e popoli diversi. Mi sbagliavo, il vasto blu ha ora un grande aiuto in questo suo nobile compito: è la 2.4, quella piccola, umile e generosa barchetta che accoglie sia i velisti con diversi gradi di disabilità che normodotati, dando a tutti la possibilità di navigare e competere non solo in “acque libere” ma con armi pari.

acque libere

Antonello Tovo, Presidente Associazione Acque Libere, sul suo 2.4

Sono rimasta nella sede dell’Associazione, ho scorto i regatanti dalla terrazza che si affaccia sul pontile ed ho lasciato che fosse la telecamera a sbobinarmi i giorni precedenti. I frame si incollavano, facilitati dall’umidità, alle storie di vita e di mare che si raccontavano nel plesso, restituendo così il tempo non vissuto. Qualcuno ha lasciato sulle assi di legno i mezzi a due ruote per farsi spingere dal vento, tanti altri hanno relegato all’ormeggio il proprio mondo. C’è chi è più tecnico, chi più marinaro, c’è l’atleta e il vecchio capitano.

Un diritto di tutti, nella vita di tutti i giorni. Cose belle, Acque Libere.

Qualche immagine del raduno.

Link alla pagina facebook di Acque libere

Link al blog di Acque libere

A proposito di disabilità su questo blog: Disabilità e dintorni, una giornata con Francesca

Cartolina da Santu Juanni

Un appuntamento imperdibile per me è la festa di Santu Juanni di Riccino, una chiesetta campestre come altre, di cui si riconoscono i campanili uguali che svettano riservati e dispersi tra la vegetazione selvaggia e libera nella campagna di Aglientu, segnata da lunghe strade bianche sterrate, costrette dai muretti a secco.
In quella chiesetta – che pare una cappella privata ma che ha ospitato le cerimonie poco intime, per via della galluresità, della mia famiglia e degli abitanti degli stazzi della cussogghja – si è sposata mia nonna.

L’ultima settimana di Agosto si tiene la festa che chiude l’estate. Il sabato sera il vespro, la domenica il pranzo.

Le foto ingiallite nella cucina ricordano i soci che non ci sono più, fuori il cicaleccio di una lingua ben conservata, che predilige tonalità alte, è intervallato da sonore risate ed è regola prendersi in giro bonariamente, senza limiti di età o genere, in mezzo ai fornelloni a gas che riempiono l’aria di gradi e di carne bollita.

Aldilà della coltre di calore dei pentoloni, tovaglie bianche fresche e panche che ristabiliscono il contatto tra commensali sconosciuti che si scambiano il vino, all’ombra degli olivastri che, oltre a resistere al vento, tengono strette le lampadine tra i rami.

Poi si balla, le note della fisarmonica ritornano, dopo qualche giro di valzer, sempre allo scottis come un appuntamento fisso, e col loro riverbero accompagnano chi si allontana per portare un imbulicheddu alle persone che quelle note sentono ovattate dalle persiane che sigillano un lutto.

La festa di San Giovanni, così si infila nelle case, conserva le memorie e resiste al tempo per presentarsi “ad un altro anno meglio”.

 

 

 

 

 

Trad. Gallurese-Italiano

– stazzo: tipico insediamento rurale tipico. Il termine “stazzo” deriva dal latino “statio”, stazione, luogo di sosta. È presente nel nord della Sardegna, in Gallura.

– cussoddjia: insieme di stazzi formavano la cussogghja, un’entità geografica e sociale unita da vincoli molto forti di amicizia e collaborazione.

– scottis: ballo tipico gallurese.

– imbulicheddu: fagotto di cibo (in questo caso delle prelibatezze cucinte per la festa)